L'integrale del Peuterey

L’integrale del Peuterey è quella lunga cresta che partendo dalla V. Veny, sale sulla vetta dell’Aig. Noire de Peuterey, scende dalla sua parete Nord alla Brèche des Dames Anglaises, tocca il Bivacco Craveri, sale alle tre punte dell’Aig. Bianche de Peuterey, scende al Col de Peuterey, sale al Gran Pilier d’Angle e poi sulla vetta del Monte Bianco: un'ascensione di grande impegno.
Nella relazione seguente Gianni Predan, dopo averla vissuta nel 2000, ce la racconta; la pubblichiamo volentieri, ritenendo che possa interessare molti dei nostri soci.
(La Redazione)

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A giugno dello scorso anno (2000, n.d.r) mi sono trovato a lavorare con Pier Mattiel alla ferrata di Giaglione in Val di Susa. Dopo pochi giorni trascorsi insieme, lui se ne esce con: “Ti interessa fare 1’integrale del Peuterey quest’estate?”. “Mi spaventa troppo la discesa della nord della Noire “ replico subito. “Ma non si fa più la discesa sulla nord, si fanno le doppie del soccorso sulla ovest e poi si taglia nel canale della Brèche sud delle Dames des Anglais”. “Se è così, ci si può pensare, ma tu la conosci ?“. “No, ma ho parlato con Ivan che mi ha spiegato tutto.”

Da allora 1’idea ha iniziato a svilupparsi lentamente: un giorno discutevamo del periodo e delle condizioni migliori per effettuare la salita, un altro giorno portavo la guida Vallot e nella pausa ci guardavamo la traversata delle “Dames des Anglais” come continuava erroneamente a chiamarle Pier, in altre occasioni consideravamo i particolari dell’equipaggiamento, i viveri, e i tempi, mentre la stagione buona si avvicinava.
Sarebbe stata la prima salita fatta assieme, avevamo d’istinto reciproca fiducia; mi era anche piaciuta la sua idea di salire la Noire dalla cresta est anzichè dalla sud, per guadagnare tempo, un segno di realismo del progetto.
Pier aveva anche una motivazione in più: avrebbe degnamente concluso la collezione ufficiale delle cime di 4000 m. delle Alpi (1’Aig. Blanche e il Pilier d’Angle erano le sole due ancora mancanti); non poteva quindi mancare questa salita il suo abituale compagno di collezione, Gianni, un monzese, istruttore di alpinismo, che io non conoscevo ancora.
Dopo i primi di luglio non ci siamo più né visti né sentiti, ognuno preso dai suoi impegni, poi sono iniziate le telefonate, entrambi attenti alle condizioni e al meteo, sperando di non incappare in un’estate come quella dell’anno precedente.. Quando finalmente sembra che le cose stiano mettendosi bene arriva, a conferma, la notizia che due guide di Coumayeur, Arnaud Clavel e Matteo Pellin 1’hanno appena salita in tempi record.
É ora: il socio di Pier viene fatto rientrare dalla sera alla mattina dalle Dolomiti, al ritrovo al casello di Ivrea, lunedì 14 agosto ore 13, viene rinominato Spirit, anche per non avere due Gianni in cordata.
Passiamo più di un’ora su un prato della val Veny a decidere le cose comuni da prendere; per il resto qualche discussione e poi ognuno di testa sua.
Prendiamo la salita al Borelli con la dovuta calma anche se le deboli piogge locali previste per oggi sono proprio sulle nostre teste; solo sul prato finale, stufo di bagnarmi, incremento 1’andatura per andare a fotografare 1’arcobaleno stando al riparo.
Scopriamo che il rifugio è gestito da tre ragazzi simpatici; noi ci siamo presi tutto, ma decidiamo di gustarci un’ultima vera pastasciutta prima d’iniziare la dieta di cibi preconfezionati.
Oggi una cordata di Greci ha salito velocemente la cresta sud della Noire con 1’intenzione di proseguire per 1’integrale, mentre ancora sulla cresta sud si prepara al bivacco una cordata, padre e figlio, partita al mattino dalla val Veny.
Con noi al rifugio ci sono due liguri e una guida svizzera con cliente, tutti per la cresta sud della Noire; i liguri chiedono invano a noi ragguagli sulla cresta est, la guida bernese invece ha già fatto 1’integrale e può darci preziose informazioni sui punti più oscuri.
Ce ne andiamo a letto con una bella confusione in testa; poche ore dopo ci ritroviamo a colazione in un pensieroso silenzio assieme alle altre due cordate.
L’individuazione della salita per la cresta est non è facile e fin da subito dobbiamo discutere prima di essere in accordo. Mentre il sole si mangia le ore saliamo abbastanza convinti finché non siamo costretti a legarci per un tratto diagonale sul versante Brenva su roccia piuttosto brutta certamente fuori via, poi proseguiamo con lievi incertezze fino a un nuovo punto critico, dove mi lego di nuovo a Pier e Spirit per un tiro di corda su rocce instabili che ci porta finalmente al tratto facile sotto la cima. Guardo di tanto in tanto il labirinto di roccia che sta crescendo sotto di noi, ammirato per i salitori della sud che riescono talvolta in giornata a ritrovare la via di valle, le guide magari portandosi un cliente stanco.
Solo in vetta chiedo il responso all’orologio: le 13, siamo un po’ delusi ma piuttosto che ridiscendere dal percorso appena fatto ci precipitiamo nel vuoto tra la parete nord e la ovest. Non sono le doppie del soccorso, ma corrispondono alla descrizione fattaci dalla guida svizzera; dimentichiamo però che ci aveva anche detto “se trovate un ancoraggio buono dopo 20 o 30 m. fermatevi e fate una doppia corta” e già alla seconda doppia, presuntuosamente lunga, le nostre corde si incastrano durante il recupero.
Risalgo arrampicando, assicurato dal basso con la corda libera, a recuperare le corde e rifaccio una mezza doppia su un ancoraggio intorno ad un sasso mal incastrato (qualcun altro ha già avuto il nostro problema).
Dopo poco un altro intoppo: non si riesce a recuperare le corde nonostante la cura che ci ho messo nel posizionare il nodo fuori dallo spigolo, tira la gialla, tira la nera, ritira la gialla, ritira la nera, quando alla fine riusciamo a tornare in possesso delle nostre corde, la nera ha la guaina tranciata ad alcuni metri dalla giunzione; invertiamo il capo nella giunzione rinunciando provvisoriamente (con un nodo) ad usare i metri di corda sotto la scamiciatura.
Continuiamo a scendere dentro una specie di imbuto che verso il fondo ci riversa addosso ghiaccioli e acqua, e imponiamo a Spirit 1’abbandono dell’autoassicurazione per velocizzare al massimo la discesa. Quando ne usciamo e attraversiamo verso il couloir della Brèche sud, la tensione diminuisce e Pier si concede anche una pausa per importanti funzioni corporali. Arriviamo al termine delle 14 doppie in 4 ore, un tempo ancora permesso dalla guida di Buscaini.
Nella risalita verso le Dames Anglaises, Spirit che fin dal mattino non è riuscito a mandare giù le merendine previste come unico alimento diurno, comincia a rallentare un po’ il ritmo; per fortuna si tratta di poco, perché contrariamente ai consigli dello svizzero decidiamo per la traversata bassa: altre 5 doppie per raggiungere il couloir della brèche nord. Sotto 1’ultimo ancoraggio troviamo incastrata una corda nuova (forse dei greci); che le cose comincino a girare per il verso giusto?
Risaliamo il couloir procedendo assieme, legati a 100 m. tra il primo e 1’ultimo di cordata con qualche rinvio posizionato di tanto in tanto, col peso aggiuntivo di una corda nuova nello zaino; non troviamo tracce recenti, ci pare che i greci siano scesi sui Freney.
Non ci affrettiamo perchè la tappa odierna ha ormai un termine naturale al Craveri: i sacchi a pelo diventano così un lussuoso fardello (per non dire degli ingombranti materassini di Pier e Spirit). Ci arriviamo con luce sufficiente a scattare le ultime foto.
Ci diamo da fare per allietare la serata con un pasto cucinato: scendo alla brèche a prendere una borsata di neve, poi ci ritorno per una zainata, ogni volta Spirit non mi lascia andare senza 1’esagerata premura di legarmi e tirarmi su. Passiamo la serata a coccolarci con le cibarie migliori che ci siamo portati e a riempire di liquido noi e le bottiglie di plastica per 1’indomani. Quando decidiamo di passare ai liofilizzati, Pier ne ha già abbastanza e Spirit scoprendo che si tratta di riso e pollo al currry rinuncia disgustato; io mi sacrifico per non buttare la roba portata sin quassù e cucinata con amore.
La notte è ancora una volta troppo piccola per noi, inizio a trafficare col fornelletto mentre i miei compagni fingono ancora di dormicchiare; dopo un’ora di preparativi ci costringiamo a lasciare il bivacco alla luce della luna piena e delle nostre pile frontali. La dotazione del Craveri si è arricchita di una corda lesionata, di una confezione di cibo liofilizzato e di metà del materassino pluriball di Spirit.
Superiamo il primo tratto, un brutto traverso di rocce rotte, con lo sfavore delle tenebre e ai primi chiarori siamo alle cenge Schneider a discutere se si debba passare sopra o sotto il “sottile gendarme”, Pier non molla, Spirit è legato a lui per cui mi adeguo, poi scopriamo che andava comunque bene.
Il resto della salita all’Aig. Blanche è piacevole e veloce, io preferisco procedere slegato liberando di tanto in tanto la loro corda dagli impigli.
La prima vetta della Bianche, la sud, ci lascia incantati, attraversiamo lungo una spettacolare crestina fino alla punta centrale e poi alla nord.
Guardiamo preoccupati 1’ultimo tratto della salita, la vista di fronte impressiona sempre un po’ e 1’idea di tagliare verso il col Eccles balena per un istante, ma poi scendiamo al col Peuterey con 4-5 doppie.
Una sosta brevissima e parto in testa verso il Gran Pilier d’Angle; superata la terminale iniziamo il tratto di misto con le solite discussioni se passare a destra o sinistra, alla fine io salgo slegato accanto a loro che vanno di conserva, la crestina del Pilier è persino più bella di quella della Blanche.
Dalla sommità del Pilier, mentre assaporiamo la maestà della nostra posizione prima dell’ultima fatica, assistiamo ad un intervento dell’elicottero del Soccorso sulla parete nord est sotto di noi.
Per affrontare la restante salita al Bianco di Courmayeur spremiamo le restanti energie della cordata, la traccia delle due guide di Courmayeur si intravede ancora e Pier in testa si incarica di ribatterla, io chiudo prendendomi le cose pesanti, Spirit preso in mezzo non deve rallentare. Iniziamo stancamente sudando sotto il sole a picco ma appena prendiamo 1’aria da ovest, che ci gela le mani nei guanti bagnati, il ritmo ritorna crescente; Spirit, se pur mezzo digiuno come ieri, dà il meglio di sé, soffia come un mantice ora che ha scoperto il miracolo che può compiere la respirazione.
Circa 150 m. sotto la cima del Bianco di Courmayeur troviamo un lungo garbuglio di cordino rosso che ci accompagna fino all’uscita sulla vetta a lato di una delle cornici. Siamo soli, tira un’aria fresca, una veloce sistemata al materiale, ritiriamo le corde nei sacchi e prima delle 18 abbiamo tutto il mondo sotto di noi.
Dalle Bosses arriva una cordata femminile partita alle 9 del mattino dal trenino del Nid d’Aigle, cerchiamo un po’ di riparo in una mezza truna già scavata: Pier prova ad accendere un fuoco con i fogli della relazione che ci ha accompagnato per tutta la salita, la fiamma nell’aria libera della cima porta il nostro pensiero all’amico Robi Perucca che solo pochi giorni fa ci ha lasciati, in questo momento sentiamo fortemente la sua vicinanza.
Iniziamo a scendere, di corsa, i ramponi di Spirit fuori traccia fanno zoccolo, quando Pier voltandosi lo vede scendere cautamente faccia a monte lo insulta quasi, gridandogli di stare nel pistone. La discesa è rapida, alla spalla del Maudit ci aspettiamo, perchè c’è da fare una doppia, poi via di corsa nuovamente.
Alla spalla del Tacul ci aspettiamo ancora, il vento ci fa sentire un po’ il freddo mentre il sole sta scomparendo dietro un orizzonte arancione.
Arriviamo al rifugio dei Cosmiques alla spicciolata che è ormai buio, troviamo posto, una breve telefonata a casa, le ultime chiacchere rilassate davanti ad una enorme zuppiera di ‘soupe’ calda.
L’indomani quando ci alziamo comodamente alle 7, troviamo alcune guide italiane: Roberto Giovanetto, Giovanni Bassanini e Andrea Plat già rientrate per il tempo orribile, c’è nebbia, vento e neve.
Dopo colazione, poichè gli ovetti dalla Midi all’Hehlbronner sono fermi, ce ne andiamo allegramente a piedi al Torino; scendendo in funivia a La Palud chiamiamo col telefonino Ivan Negro che ci raccoglie appena scesi e ci riporta all’auto che abbiamo lasciato in Val Veny tanto tempo fa...
Il nostro viaggio in sintesi: 15 ore dal Borelli al Craveri, 16 ore dal Craveri al Cosmiques, circa 3500 m in salita, 2300 in discesa (parte a piedi, il resto con 25 doppie) e un po’ d’avventura che ancora si può vivere nelle Alpi.