Velocità in montagna: commenti di un rifugista

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23/09/2014 17:18 #1402 da Luciano Ratto
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I recenti strepitosi record di velocità realizzati in montagna hanno suscitato numerosi commenti. Tra questi ritengo interessante quello di Daniele Pieiller , custode del Rifugio Crête Sèche, che riporto qui di seguito.
(Luciano Ratto)


Sono sceso da poco tempo dal rifugio alpino che gestisco da 13 anni e ho visto che in
televisione, In una delle rare occasioni in cui la RAI parla di Alpinismo in prima serata, nella trasmissione “Che tempo che fa” Fabio Fazio invita Burgada, nuovo detentore del record di salita e discesa al Cervino, che ha compiuto indubbiamente un'impresa straordinaria, avvincente e spettacolare...in un termine solo: televisiva!

Non metto in dubbio la sua bravura e lo ammiro per ciò che ha fatto, ma se parlo in veste di operatore turistico valdostano credo che per la nostra immagine sia controproducente utilizzare tale impresa allo scopo di pubblicizzare le nostre montagne, innanzitutto perché umiliamo tutti i
nostri turisti ideali che si preparano a lungo e arrivano da tutte le parti del mondo per scalare “il più nobile Scoglio d' Europa”, impiegando almeno 2 giorni e spesso con l'aiuto anche delle nostre guide alpine. In secondo luogo perché contribuiamo a lanciare ciò che definisco il “messaggio unico” della montagna da vivere di corsa. Personalmente non ci trovo niente di male a compiere tali imprese purché non si utilizzino risorse finanziarie pubbliche altrimenti destinate alla promozione.
Avrei veramente tante cose da dire riguardanti il tema dei record e delle corse in montagna che potrei scrivere per dei giorni interi. Intendo iniziare con la seguente premessa: anche a me spesso piace andare di corsa in montagna e credo che quassù ci sia spazio per tutti, sia per chi vuole andare veloce che per chi vuole andare lentamente. Non mi interessa entrare nel merito dei gusti (è più bello correre o è più bello camminare), ognuno decide per se stesso. Io voglio analizzare l'influenza delle gare in montagna in riferimento all'aspetto legato alla promozione e all'immagine della montagna che intendiamo dare ai nostri visitatori, perché siamo noi che viviamo “di montagna” a decidere quale sia il messaggio più giusto da veicolare e propagandare, sia per uno sviluppo sostenibile degli ambienti montani che per una buona resa economica per gli operatori del settore.
Qualche anno fa decisi di non organizzare più la consueta gara di corsa che si svolgeva a Crête Sèche (marcia dei contrabbandieri) proprio perché non desideravo più essere corresponsabile della promozione della montagna "di corsa". Poco tempo dopo organizzai al rifugio un evento di due giorni dal titolo "Alpinismo: atletismo,velocità e record...oppure qualcos'altro?" presentavamo Pietro Giglio ed io, con Enrico Martinet moderatore e, come ospite, oltre ad alcune guide alpine della Valpelline e altri, c'era un alpinista d'eccezione: Patrick Gabarrou. Fu una serata veramente interessante che mi aiutò a capire quanto siamo miopi ad ostinarci a promuovere la montagna con gare e records.
Non voglio assolutamente fare il moralista, perché sono convinto che in montagna c'è spazio per tutti (tartarughe e lepri), ognuno faccia quello che vuole! Non credo neanche che esista il problema dell'emulazione, anche perchè se dobbiamo condannare tutte le imprese pericolose alle quali assistiamo allora dobbiamo abolirne tantissime (non è che se oggi vedo un funambolo allora domani provo a camminare su una corda a cento metri di altezza ..e se lo faccio probabilmente ho altri problemi più seri..). Anche il problema dei soccorritori e dei rischi che corrono non mi preoccupa esageratamente perché credo che i professionisti del soccorso siano ben preparati e facciano bene il loro lavoro, con passione; inoltre ottengono delle buone soddisfazioni sociali ed economiche, anche se alcuni(ma sono la minoranza) in seguito ad ogni intervento si lamentano del rischio che hanno corso e si vantano di quanto sono stati bravi: anche un muratore rischia di cadere da un'impalcatura tutti i giorni ma non fa il martire ogni volta che finisce la sua giornata di lavoro. In questo momento non intendo neanche utilizzare il tema della sicurezza in montagna come antitesi alle corse in montagna, perché sembra che gli appassionati delle discipline alpinistiche si siano divisi principalmente in 2 schieramenti: quelli che vanno di corsa e quelli che studiano come andarci in sicurezza, esasperando tale aspetto al punto di allontanare i neofiti alpinisti. Ci sono ad esempio alcuni accompagnatori che quando vanno in montagna utilizzano tale tema in modo ossessivo, esasperando ed annoiando i partecipanti alla gita, facendogli dimenticare quanto sia divertente l'alpinismo o l'escursionismo. Quindi l'insegnamento giusto è a mio parere quello che riesce a farti divertire in sicurezza.
Ma ritorniamo alle corse e ai record in montagna. Voglio affrontare questo tema da "piccolo imprenditore di montagna" (pessimo termine!) visto che sono gestore di un rifugio alpino da 13 anni, Direttore di Pista e, da un anno, sono Presidente dell'Associazione Natura-Valp (per lo sviluppo responsabile del turismo nella Valpelline) e adesso sto costruendo una struttura ricettiva a 1700 metri di quota in una vallata selvaggia come la Valpelline. Io credo che tra qualche anno ci renderemo conto dello sbaglio che stiamo facendo (gestori di rifugio, guide alpine, amministratori locali e regionali, albergatori e commercianti, agricoltori, ecc) pensando che la strategia migliore per promuovere turisticamente la montagna sia quella dei record e delle gare. In questo modo invece di offrire al turista qualcosa di diverso e unico facendogli godere tanti bei momenti che solo da noi possono avere (panorami, il pascolo degli animali, parlare con gli abitanti, fermarsi a guardare la fauna locale, la tranquillità, il silenzio, i prodotti della nostra terra, ecc), noi banalizziamo la montagna facendogli credere a "reti unificate" che essa è bella da vivere con il mordi e fuggi, lanciando il messaggio unico che il modo migliore e più gratificante per andare per monti sia di corsa. I media, quando parlano di montagna, lo fanno quasi esclusivamente raccontando di record e gare (o peggio di incidenti e morti), gli amministratori locali che vogliono promuovere la montagna organizzano un trail o una gara di sci alpinismo, gli amministratori regionali che vogliono promuovere la montagna organizzano un trail "piùlungodituttiglialtri" (la cosa triste del Tor des Géants è che per la sua organizzazione vengono utilizzati gran parte dei fondi che prima erano destinati alla promozione turistica della VDA, come dichiarò l'Assessore Marguerettaz rivolgendosi ad una delegazione dei gestori di rifugi che andò da lui 4 anni fa per capire le previsioni di spesa destinate alla promozione della montagna: l'80% di tali fondi era impegnato per un grande evento-manifestazione: il Tor...), molte guide alpine quando vogliono promuovere la montagna organizzano le gare di sci alpinismo, le gare di cascata su ghiaccio, le gare di drytooling, i trail, cronometrano i record. In questo modo ci stiamo omologando a quei valori tanto cari alla società odierna e soprattutto alla gente delle metropoli: la fretta, la frenesia, il mordi e fuggi, l'immagine e l'apparire. Tutto questo io credo che sia sbagliato, come è stato uno sbaglio ciò che abbiamo fatto in passato cercando di riprodurre le città in montagna, convinti che l'atteggiamento migliore per fare turismo fosse quello di assecondare tutte le richieste dei visitatori, quando sappiamo invece che il turista che scappa dalla città preferirebbe trovare qualcosa di diverso. A tale proposito penso a Cervinia e Zermatt, due modi quasi opposti di sviluppo. La prima ha riprodotto i palazzi e gli svaghi cittadini convinta che assecondando le abitudini dei suoi visitatori li avrebbe accontentati, la seconda ha valorizzato l'architettura tradizionale, ha mantenuto, quasi imposto, ai suoi visitatori molti usi e consuetudini locali. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: la società di impianti di risalita di Zermatt ha un fatturato equivalente a quello ottenuto dalla somma dei ricavi di tutte le società di impianti di risalita della Valle d' Aosta. Io credo che noi dobbiamo fare vivere dei momenti unici ai nostri visitatori, facendogli passare dei giorni veramente diversi da quelli che trascorrono nelle città, eliminando soprattutto la fretta e la corsa.
Per esperienza posso raccontarvi di tanti episodi assurdi ai quali ho assistito al mio rifugio, come gite del CAI domenicali con sessantenni poco allenati dotati di cardiofrequenzimetro e cronometro che dopo avere fatto il Mont Gelé in 3 ore e 58 sono scesi di corsa (!) fino alla macchina per finire poi a mangiare un panino all'autogrill. Oppure del crescente numero di sci alpinisti che la domenica sfrecciano davanti al rifugio senza fermarsi, con addosso dell'attrezzatura super leggera e super costosa che cambiano rigorosamente tutti gli anni, lasciando quasi tutti i loro soldi alle case che producono abbigliamento e attrezzature sportive. Sempre più spesso mi chiama gente per chiedere le condizioni delle gite invernali, delle vie d'arrampicata, ecc., persone che poi non vedrò neanche fermarsi al rifugio per un saluto. Se questa è l'evoluzione della montagna noi (gestori di rifugio, agricoltori, guide alpine, montanari) spariremo e non ci sarà più nessuno a dirgli le condizioni della gita oppure a pulire un sentiero o a richiodare una via d'arrampicata. Oltre al tema della corsa c'è sicuramente anche quello dell'immagine, dell'apparire; questi valori che vengono enfatizzati dalle gare e sono alla base della nostra società li notiamo se guardiamo le montagne più famose e semplici. Sulla via normale francese al Monte Bianco per esempio, troviamo la folla che si accalca, sale in coda, dorme in un rifugio super affollato, ma può tornare a casa e dire che è stata sul Monte Bianco. Al contrario su vie altrettanto belle ed interessanti, ma meno conosciute, c'è pochissima gente perché sembra che per alcuni sia più importante raccontare agli altri la salita su una montagna famosa che vivere dei momenti unici su una montagna meno conosciuta.
Mi rende triste soprattutto il fatto che se la maggioranza delle categorie legate al turismo in montagna si impegnano principalmente ad organizzare gare, chi rimane a parlare e a promuovere l'altra montagna, quella di tutti giorni fatta di silenzi e calma che è così ricercata soprattutto all'estero? Un esempio in poche parole: chi vende la Valpelline?
Con queste parole ribadisco che non voglio assolutamente condannare chi ama correre in montagna o quei movimenti che raccolgono i simpatizzanti di queste discipline, ma vorrei che gli eventi legati a tali attività non siano gli unici metodi, o i più importanti mezzi, di promozione turistica utilizzata in Valle d' Aosta. Soprattutto mi piacerebbe vedere gli amministratori locali e regionali, le guide alpine, gli operatori turistici, lavorare a delle importanti forme di promozione turistica dei nostri territori che vadano oltre le gare, perché abbiamo bisogno di lanciare un messaggio diverso e lungimirante.
Buona montagna a tutti.

(Daniele Pieiller)

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